Festival di SanremoSanremo 2026

Commenti a caldo della Seconda Serata

di Giacomo Maggiore

La seconda serata del Festival si apre dando spazio e un certo peso ai Giovani, una scelta che restituisce subito la sensazione, quella vera, di gara a tutti gli effetti, con tanto di visibile tensione, aspettative e sorpresa. Sul versante televisivo, l’innesto di Gianluca Gazzoli funziona alla grande. E’ disinvolto, con il giusto ritmo e la capacità di stare in scena senza forzature. È una presenza che regge il live e si presta a spazi più ampi. Magari una futura conduzione del Festival? Noi ce lo auguriamo. Ad emergere con grande nettezza è Angelica Bove con un controllo, intensità interpretativa e personalità scenica che la collocano su uno standard che non sfigura affatto nel confronto ideale con la categoria dei big.
È una di quelle esibizioni che spostano l’ago della serata e rimettono a fuoco perché Sanremo resti, prima di tutto, una competizione musicale.

Da qui in poi, però, il Festival torna alla sua natura di varietà televisivo, con una conduzione che alterna momenti di fluidità a passaggi più frammentati. Il ritmo generale non procede sempre in progressione e tra gag e inserti (pur legittimi nella grammatica del prime time) spezzano a tratti la continuità narrativa della gara, rendendo meno compatto l’insieme.

In questo quadro entra Laura Pausini, presenza che riporta immediatamente l’attenzione sulla dimensione performativa. Il suo intervento, quando si sposta dal parlato al canto, alza il livello di ascolto. La voce, che piaccia o meno, la familiarità con il palco e l’esperienza televisiva producono un effetto di stabilità e di centralità musicale che per alcuni tratti della serata era rimasto sullo sfondo.

Tra i Big, Patty Pravo conferma un carisma che non ha bisogno di dimostrazioni. L’inconfondibile voce conserva quella profondità e quella qualità narrativa che è storia senza tempo.
Diverso l’esito per LDA e Aka 7even: l’energia c’è, la voglia di fare bene anche, ma la canzone non li sostiene fino in fondo. L’impressione è che la performance resti in superficie, con una scrittura che non decolla e non permette ai due di mettere a fuoco una cifra davvero personale dentro la gara.
Enrico Nigiotti, invece, mantiene una riconoscibilità immediata, ma il pezzo appare quasi trattenuto. Manca quello scatto che trasforma il brano in un qualcosa da ricordare.
Tommaso Paradiso porta una canzone coerente con il suo immaginario. Nella sua scrittura si sente tutta la malinconia e l’intensità. Il timbro resta un punto di forza, ma sembra un Paradiso “in continuità”, più che una mossa nuova.
Sul fronte opposto, Elettra Lamborghini non riesce a trovare una misura convincente e tra intonazione, presenza scenica e gestione del palco, la prova appare fragile, con un risultato complessivo che fatica a reggere la cornice del Festival.
Ermal Meta propone un brano costruito con mestiere, ben scritto e ordinato nella progressione. È una canzone che sfiora i registri più dichiarativi e “da manifesto”, ma senza mai scivolare davvero: resta in equilibrio, pulita, forse più “di testa” che di pancia, e proprio per questo non sempre arriva con la forza emotiva.
Il segmento con Achille Lauro, invece, porta con sé una scelta interpretativa divisiva. Il set-up è spettacolare, la messa in scena è immediatamente riconoscibile, ma la componente vocale lascia perplessi e tende a spostare l’attenzione dal brano al personaggio.
Levante firma uno dei momenti più centrati della serata. Precisione, intensità ed emotività mai esibita ma tenuta. Il brano ha una scrittura capace di lasciare traccia e la sua interpretazione è d’impatto, dall’inizio alla fine.
Le Bambole di Pezza portano un pop-rock efficace e immediato. La sensazione è che avrebbero potuto spingersi oltre sul piano dell’originalità.
Chiello resta in una zona borderline. Il brano non si impone nel contesto della serata e sembra destinata a scorrere ai margini della classifica, tuttavia mantiene un gusto che può parlare a una parte precisa di pubblico.
J-Ax, al contrario, punta sulla memorabilità. Non è il testo a fare la differenza, quanto l’arrangiamento in una veste radiofonica con un ritornello che resta in testa.
Il pezzo di Nayt cresce con l’ascolto e sembra chiedere tempo, che il Festival non sempre concede.
Il pezzo presentato da Fulminacci non è certamente il picco del suo repertorio, ma ha intensità e acquista solidità man mano che lo si riascolta. E’ un brano che funziona nel suo essere misurato, senza eccessi.
L’esibizione di Fedez e Masini è confezionato come “evento”, ma la canzone vive soprattutto di cornice. Il testo alterna mea culpa e stoccate, con un tono spesso passivo-aggressivo e sul palco, l’equilibrio non è alla pari e la tenuta dell’esibizione si regge in larga parte sulla voce di Masini e la sua capacità interpretativa che è da brividi.
Dargen D’Amico propone un testo meno banale di quanto possa sembrare a un primo ascolto e una struttura più vicina alla radio.
Ditonellapiaga, infine, appare in perfetto equilibrio in quello che è il suo territorio, con un pezzo pop molto riconoscibile e personale che profuma di tormentone con il rischio, però, che l’etichetta del “trend” finisca per schiacciarla.
Poco centrato è l’omaggio agli atleti olimpici e paralimpici. Momento certamente importante sul piano simbolico, ma messo in scaletta in modo non pienamente solenne, quasi come fosse un passaggio dovuto più che un momento ricercato.

Il momento più emozionante è stato il Premio alla Carriera a Fausto Leali, che alla soglia degli 82 anni, con “due note” ha dato lezioni di canto a tutti. Nessuno escluso.

Redazione Milano
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