DIETRO LE QUINTEPersone a Sanremo

Oltre i numeri, la ricerca. Da Arezzo Wave al MengoFest, passando per Casa Vessicchio: intervista a Paco Mengozzi

di Tiziana Pavone

Sanremo. Siamo stati a Casa Vessicchio per l’inaugurazione e abbiamo avuto una piacevole conversazione con un addetto ai lavori che opera dietro le quinte. Lui è Paco Mengozzi, e ci ha raccontato di quanto sia importante promuovere la cultura anche in provincia, ne quotidiano. Impegno che porta avanti da anni dalla collaborazione con Arezzo Wave, alla costruzione di MengoFest promuovendo costantemente il territorio e rafforzando il rapporto tra ricerca e pubblico.

Questa esperienza di Casa Vessicchio come è stata pensata? 

E’ nata con una chiacchierata con Beppe Vessicchio e il suo manager durante lo scorso Sanremo, molto informale e divertente, come era lui, con l’idea di creare un luogo in cui lui fosse come il padrone di casa che ospita colleghi e amici, anche grazie all profilo che aveva proprio come istituzione.

Quindi l’idea era già in gestazione.

Era assolutamente una cosa che lui voleva fare. Avere una base, un punto di ritrovo dove ospitare amici e fare cose in modo spontaneo, divertente senza un obiettivo particolare di fare chissà cosa. Bastava lui a creare il tutto e poi è andato avanti durante l’anno. Chiaramente, nel momento in cui è venuto a mancare, questo progetto si è fermato perché oggettivamente era lui il traino e anche l’anima del progetto.

Nell’immaginario collettivo alcuni nomi altisonanti resteranno legati per sempre al Festival di Sanremo. E se si pensa alla figura del Direttore d’Orchestra, si pensa subito al Maestro Beppe Vessicchio. 

Ed è proprio per questo motivo che abbiamo voluto portare avanti la sua idea, congiuntamente alla volontà della famiglia e del manager, ripartendo proprio dalla città di Sanremo.

E questo sarà un appuntamento fisso per tutti gli anni?

L’idea è proprio questa. Ci sono anche delle istituzioni che sono molto interessate a dare uno spazio, uno slancio a sostenere borse di studio dedicate a lui e vari progetti. Il Maestro aveva poi questa Academy che sosteneva tutto un lavoro importante con i giovani che seguiva durante tutto l’anno. E poi tutta una serie di attività slegate dallo stretto contesto musicale, ma comunque divertenti, legate a vini, produzioni gastronomiche, cose su cui lui comunque era interessato e appassionato, per cui si cerca di riprendere tutti questi aspetti.
E quindi, sì, l’idea è che diventi un appuntamento fisso e non solo solo a Sanremo, perché può essere un contenitore dove tutte queste tematiche, questi argomenti, questi progetti possano essere portati avanti.

Immagino quindi che ci sia anche una continua ricerca di affiliazioni.

Certo, sì. Lui, con l’Academy finanziava delle borse di studio, inoltre ci sono tanti progetti istituzionali, con conservatori e scuole. Quindi, ci sono tante linee parallele.

C’è una mission condivisibile in tutta Italia? Sostenere i giovani, sia direttori, sia musicisti.

Lui, per suo carattere era incline a lavorare tanto coi giovani. In questo momento storico è fondamentale: un musicista che ha una sua storia, un suo percorso, ha bisogno anche di avere un appoggio, un supporto. Anche nella musica classica, non solo in quella pop. Quindi, avere anche delle realtà che magari si interessino ai giovani, dando un finanziamento o un supporto, è importante.

In Italia diventa importante anche recuperare la figura dell’ operatore culturale. Che poi è uno stimolo anche a ritornare all’artigianalità, fare musica nel senso del fare arte. Tu, come Marco Gallorini, condividete molti progetti assieme e siete entrambi toscani. 

Lavorando a 360° sui progetti culturali è giusto. Per esempio Andrea Rizzoli, che è il manager di Vessicchio, sta proseguendo l’eredità di tutte le cose che Beppe faceva. Non ci si può fermare, bisogna trovare il modo di continuare i progetti e questo è il primo passo. Sanremo è importante, sì, però è un punto di inizio e non può essere un punto di arrivo.

Anche la Toscana ha una bella scuola di operatori culturali.

Sì, sì, certo. Tra l’altro, Arezzo ha una storia incredibile perché Guido d’Arezzo, Guido Monaco, è l’inventore delle sette note musicali. Il nostro concittadino è quello che ha inventato la musica che è stata poi codificata per l’occidente. E’ una città un po’ predestinata rispetto alla musica, ha una sua storia. Arezzo Wave è un’istituzione perché ha aperto delle strade percorribili da quei giovani che prima lo vivevano come frequentatori o come collaboratori.

Tu eri uno di loro. Quindi confermiamo l’importanza di vivere il territorio.

Esatto, ad esempio oggi io organizzo anche MengoFest, e siamo alla ventiduesima edizione a metà luglio!
Anno dopo anno c’è l’appuntamento fisso a questo Festival, parallelo a tutte le altre cose, però l’elemento centrale è l’attività sul territorio.

C’è il supporto anche delle istituzioni?

In realtà non è così facile. Perché dipende anche poi da chi c’è dall’altra parte. Il supporto magari c’è, ma manca lo slancio.

Volete “boicottare”, passami il termine, un po’ Milano?

No, Milano è centralissima, è inevitabile e fondamentale. Ha molta programmazione durante la settimana, tra Fabric, Alcatraz, Magazzini Generali. Però su un certo tipo di cose magari non è così propositiva. C’è solo il Mi Ami Festival fondamentalmente, che propone una programmazione più di nicchia.

Secondo te a Milano cosa manca esattamente?

Magari un tipo di proposta, di ricerca della musica alternativa. Il main è fortissimo, funziona e giustamente ha tanti numeri. L’alternativa ne ha meno, però è chiaro che si rivolge a un pubblico diverso, quindi funziona meno e quella cosa lì è anche legata a gruppi di persone che lo fanno in un certo modo, perché in provincia magari c’è il gruppo, ci sono meno possibilità e allora ci si unisce creando aggregazione.
Sarebbe utile creare una rete per far girare un tipo di musica più di nicchia a un livello che permette di mantenere viva proprio l’idea di un underground pulsante.

Forse Milano è più orientata ai numeri e alla commercializzazione che alla ricerca, che invece è più tipica della provincia, con momenti di ascolto vero.

Sì, la provincia, proprio perché non se lo può permettere, è quasi costretta a fare ricerca, dovendo trovare meccanismi virtuosi di scouting, rivolti a una nicchia che però ha un peso culturale reale. Infatti i Festival di provincia fatti bene sono spesso quelli che poi emergono anche nella comunicazione, perché alla base hanno un lavoro di ricerca enorme. Il mainstream, invece, deve fare numeri, e quei numeri in provincia non li fai, non funziona.

Insistere dà anche un’identità al territorio e si diventa, appunto, una realtà di riferimento importante per chi vuole vivere di musica con dignità. Quindi nascono delle realtà locali in questo senso.

Esatto, è quello che si diceva prima. In altri anni, in altre epoche Arezzo Wave ha fatto proprio questa cosa. Ha segnato dei punti fermi per altri successori.

Oggi i tempi sono un po’ cambiati. La ricerca è una missione nobile, ma spesso è difficile farla arrivare al pubblico, che tende a scegliere il “grande nome”. Se non lo si mette in cartellone, si rischia che gli altri “X” artisti non vengano nemmeno ascoltati. Quanto pesa questo equilibrio, per un operatore culturale che crede davvero nella ricerca e lavora per farla emergere?

Quello che secondo me potrebbe essere vincente da questo punto di vista è rimanere fedeli a se stessi, in modo che ciò che hai creato abbia un appeal, un interesse a prescindere dal cartellone. Come a dire “fidatevi di noi”, il Festival è una garanzia per un certo tipo di pubblico. Quello che andiamo a proporre è studiato, è pensato. E’ un ruolo di intermediazione culturale e di fiducia che si acquisisce nel tempo.

Il pubblico di oggi, quello dei giovani recepisce questo concetto?

Oggi è tosta perché vogliono tutto subito, avere l’hype maggiore possibile, la cosa che in quel momento funziona e che poi si scarta.

Hai paura di tradire la mission o c’è terreno fertile anche oggi?

Il terreno c’è perché ti accorgi che c’è una risposta concreta. Però devi proprio andare a scavare, intercettare senza cedere alla cosa più facile, a quello che funzionerebbe meglio perché poi, qualitativamente, rispetto al Festival che si propone, non sarebbe adeguato. Quindi devi trovare quel punto di contatto tra quello che funziona che però tiene sempre la barra dritta su quello che il Festival vuole fare e allora sposti un po’ l’inerzia di quel gruppo di giovani, di ragazzi che magari poi comprendono la scelta. Una goccia su goccia che porta poi al mare.

Ti senti un po’ maestro? Quale è la responsabilità di chi costruisce spazi e occasioni per la musica?

Sicuramente è una responsabilità, quello che facciamo ha un valore. Poi deve anche funzionare con delle logiche di sostenibilità che sono reali e solide sotto tutti i profili: culturale, sociale, economico. Quindi è proprio un lavoro di plasmare la materia che hai davanti.

Può diventare un sorta di Festival diffuso?

Esatto, non è solo l’evento musicale. Finita quello, si prova ad allargare alla città e questo anche con gli artisti. Per esempio con Lucio Corsi quest’anno è stato bellissimo. E’ rimasto due giorni e mezzo ad Arezzo, abbiamo visto le opere di Piero della Francesca e gli affreschi.
Quindi è stato culturalmente importante anche per lui. La copertina del disco, ad esempio, prende spunto se vuoi anche dalle linee tipiche del pittore.

Ad esempio il Tenco ha una delegazione che va sul territorio a fare ascolti. Anche per voi c’è questo tipo di ricerca?

Assolutamente sì. Non siamo istituzionali come il Tenco, però sì, questa ricerca è fondamentale.

Aver dialogato con Paco Mengozzi ci conferma che nutrire una rete di operatori culturali in provincia è possibile e che la cultura non si produce solo con i numeri, ma con il lavoro quotidiano, con la fiducia costruita nel tempo e con quella ricerca che, goccia dopo goccia, può ancora allargare l’ascolto e influenzare positivamente i giovani.

 

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