DIETRO LE QUINTEPersone a Sanremo

Guarda che Superluna. Intervista a Marco Gallorini di Woodworm sul futuro dei Festival

di Tiziana Pavone

Il cuore del Festival di Sanremo non batte soltanto all’interno del Teatro Ariston. Tante sono le realtà negli spazi cittadini al di fuori dello spettacolo televisivo che propongono attività culturali, intrattenimento e musica. Ed è in questo contesto “off festival” che abbiamo intervistato Marco Gallorini, direttore e co-fondatore di Woodworm, una società che opera a 360° nella scena musicale. Marco ci ha raccontato del suo impegno per portare la musica nelle province e far tornare l’artista “a contatto” con il pubblico, creando una rete di persone per  il “Sanremo del domani”, fatto di talenti in crescita, contaminazioni tra musica e editoria, rivendicando libertà, identità e autenticità.

Raccontaci di te e di come hai iniziato ad interessarti di musica.

Ho iniziato a lavorare con Arezzo Wave che ero molto giovane, studiavo giurisprudenza e ho iniziato a collaborare con il Festival, mosso da una grande passione per i libri, più che per la musica. Mi occupavo ai tempi, di tutta la parte di comunicazione, ufficio stampa, cult wave, per grandi autori, Sepùlveda ad esempio. Avevamo un cartellone importantissimo e anche il Festival lo era. Dopo, essendo comunque dentro l’ambiente musicale, ho aperto un locale ad Arezzo, dove ho conosciuto il mio socio Andrea Marmorini, che era anche il mio fonico.

Nel 2011 abbiamo aperto Woodworm,  la casa madre con la quale abbiamo fatto discografia, management ed edizioni. Abbiamo seguito tutto il percorso con gli artisti a Sanremo, con La Rappresentante di Lista, Malika Ayane, Calibro 35, Fast Animals And Slow Kids, Colla Zio, Ministri, Motta, Nada, The Zen Circus, Aka7Even, Rancore, Nobraino, Wu Ming Contingent, Carmelo Patti, Edda, Dente, Giovanni Lindo Ferretti, e molti altri. Negli anni poi abbiamo aperto Wudz, che si occupa di libri, Gemma Concerti, che fa booking, Whodo, che fa produzione, in particolare l’evento qui a Sanremo durante il Festival.

Negli anni a Sanremo avete cambiato location. Da quanti anni siete presenti al Festival?

E’ dal 2019 che organizziamo eventi. Poi con il Covid in mezzo, abbiamo imbastito la festa finale di Sanremo, quella per addetti ai lavori. E si sapeva che la festa di Woodworm era quella finale, ai bagni Tahiti, fatta di serate “mitologiche”, con Salmo che è venuto a mettere i dischi e con ospiti a sorpresa. Veniamo da questo background, da una cultura dei Festival e dei club che ci piace e ci appartiene. Così l’anno scorso abbiamo deciso di provare a fare il villaggio tutta la settimana.

Guarda che Superluna, verrebbe da dire oggi. Raccontaci le novità rispetto al passato.

Avevamo questa idea in testa da tanto tempo. L’anno scorso si è creata la situazione per testarla e quest’anno, a mio avviso ci siamo proprio riusciti, con questo format, Superluna, che riflette il nostro pensiero, che racconta poi un’idea anche del mondo, del guardare le cose da un’altra prospettiva.

Per esempio se guardi il logo di Superluna vedi una luna più grande e una più piccola sul palco: è perché sono diverse. E’ il fenomeno della Superluna che ti dà una prospettiva visiva di un qualcosa che nella realtà non è come tu lo vedi. E’ un po’ quell’idea di raccontare la stessa realtà che viene vissuta al Festival di Sanremo da un’altra distanza, con un taglio e una narrazione alternative che ricalcano appieno la nostra linea editoriale, da quando esistiamo sia come discografica che, adesso, come casa editrice: vogliamo portare all’attenzione di una platea un pochino più ampia, narrazioni e prodotti culturali più di nicchia, senza essere snob. Cercando, anzi, di essere il più possibile popolari.

Finalmente sta tornando il focus sugli eventi live diffusi.

Sì, dopo 10 anni spinti tanto sui palazzetti, sugli stadio, con numeri enormi, c’è la voglia di ritornare a una dimensione come quella proposta qui, tipo sala da 500-600 persone, dove si ha un contatto diretto con l’artista e il suo mondo, spazi per raccontarsi e scoprire retroscena emozionali dettate dal vero live show partecipativo.

Noi vogliamo raccontare anche questa parte, diciamo lenta, di Sanremo. Questa presenza sul territorio c’è anche in altri contesti di Festival o di eventi in altre parti d’Italia?

Assolutamente, siamo modulari. Potendo fare così tante cose organizziamo la nostra presenza a seconda dei contesti. Ad esempio a me piacerebbe portare Superluna a Torino durante il Salone, dove già siamo presenti con lo stand e con gli eventi come editori. Mi piacerebbe proporre un percorso parallelo che stiamo elaborando anche insieme alla Regione Toscana: portare lo stesso concept, più in piccolo, come momento off del Salone.

Poi siamo stati Venezia, a Cannes con i nostri artisti a fare contenuti. Siamo molto modulari perché comunque avendo tanti raggi d’azione possiamo inserirci in tante situazioni diverse. Abbiamo un progetto che si chiama Futures che gira nei club italiani e fa proprio scouting che ci siamo costruiti un paio d’anni fa. C’è una prima fase di iscrizioni online gratuite e poi una seconda fase, dopo aver fatto una selezione degli artisti e anche degli addetti ai lavori. Andiamo in giro per l’Italia, siamo stati dappertutto, da Palermo a Napoli, abbiamo fatto 8-10 tappe e le faremo anche quest’anno. Cerco di portare l’industria nella provincia, quindi porto con me addetti ai lavori, colleghi e amici di Universal, Sony, Friends and Partners (ecc.) perchè vorrei un po’ de-milanesizzare la visione della musica. Credo che faccia bene.

Abbiamo un progetto con Manuel Agnelli, La Carne Fresca, l’approdo discografico dello scouting che fa Manuel e anche quello riguarda molto la narrazione della musica nel piccolo spazio, nel clubettino per far crescere e aspettare i ragazzi. Abbiamo anche fatto un Festival con Rick Rubin, in Biennale, che adesso rifaremo a Casole d’Elsa a luglio. La prima edizione è stata nel 2024 e la prossima sarà a giugno 2026.

L’evento sanremese probabilmente, come nostra produzione, in questo momento, è la cosa più grande.

E questi organizzatori di Festival, che ormai sono istituzionali, come recepiscono quest’idea di arrivare nelle province? Come la prendono? Come la vedono?

Secondo me non la vedono, se devo essere onesto; però credo ci sia un problema di storytelling e di mediaticità.

Vengo da un’epoca, che era l’epoca di Motta, che era il mio artista, con il quale abbiamo vinto due volte il Tenco, con Paolo Benvegnù anche, prima che ci lasciasse. Io ho sempre visto una scena che cresce nei contesti piccoli, poco mediaticizzati, che poi dopo ad un certo punto esplode e tutti cavalcano un po’ quella wave. Allo stesso modo con il rap, che io ascoltavo nel 1994. Ci ha messo 20 anni per venire fuori.

Quindi ho anche imparato ad accettare che certi player non vedano sempre le potenzialità, e forse è anche meglio così. Dall’altro lato c’è tutta una scena che va aiutata, che va sostenuta e si può fare in tanti modi. Anche SIAE ora è un nostro partner e in qualche modo ci sta dando una mano, sostenendoci in questo progetto, e sostenendo Manuel nel suo progetto con Germi.

Il lavoro che vedo io è più quello di portare investimenti e attori che aiutino un certo tipo di scena, che poi cresce e fa la sua strada, voglio dire. Come è normale che sia. Puoi fare gli stadi, non c’è niente di sbagliato. Però a me interessa più la parte che c’è prima, mi appassiona molto di più. Per gli eventi enormi c’è già chi lo fa e lo fa bene; non mi sembra che servano altri player in quel contesto. Ma è così da sempre, mi piace la ricerca, la scoperta.

Sei proprio un talent scout di base?

In qualche modo sì, perché è divertente, come quando scopri un libro e lo consigli a tutti gli amici. Quando ero giovane leggevo un libro che mi appassionava e subito lo consigliamo agli amici. Lì ho capito che avevo questo fuoco, di condividere e far crescere progetti culturali che in fondo mi piacevano, che sia un libro, che sia un spettacolo teatrale, che sia un live, che sia un disco. Poi quando diventa grande mi diverte meno, è un po’ controcorrente, magari.

Certamente il bello di vivere in questo settore con passione è proprio questa fase iniziale, dopo si rischia di perderla?

Poi entri nel sistema, più o meno.

A Sanremo gli eventi collaterali stanno diventando sistema. C’è un filo conduttore per tutti, anche per Superluna? Oppure ognuno è  pianeta a sé stante?

Ci sono vari approcci, tante attività che vengono gestite direttamente da Rai Pubblicità, che è un canale, che a me non interessa. È un canale che tende un po’ a normalizzare tante situazioni, anche molto commerciali.

Poi c’è tutta una serie di imprenditori, di realtà, come noi, che da anni organizzano eventi. Altri che fanno i permessi con il Comune di Sanremo per prendere uno spazio e fare le loro attività. Quindi sono proprio due percorsi molto diversi, anche come approccio, secondo me.

Chi partecipa a Superluna cerca qualcosa di davvero alternativo al sistema.

Io ho fatto i permessi, sono venuto qua, non ho dialogato con la Rai e non ho dialogato con la pubblicità. Ma non perché non ci voglia dialogare, bensì perché proprio faccio una cosa che credo non c’entri niente con la rassegna festivaliera sanremese.

Seguiamo un altro percorso. Poi magari in futuro le cose cambieranno, in questo momento è così. Sono tutti momenti di qualità musicale, per cui vieni qua a portare il contenuto musicale, non per fare la ruota panoramica. È proprio diverso l’approccio, senza nulla togliere a chi fa questo.

L’Off Festival può essere il futuro, anche un modo per cambiare certi meccanismi?

Ne parlavo giusto l’altro giorno con un mio amico giornalista. Cioè, che questo è il Sanremo del domani. Noi durante la settimana abbiamo una serie di artisti che io sono sicuro, lo noterete anche voi, tra due o tre anni alcuni di quelli che vengono qua dentro, li vedrete sul palco. Sicuro, sicuro, sicuro! Perché conosco, so la qualità e la spinta che possono avere nei prossimi anni.

Come è successo anni fa ad alcuni artisti che abbiamo fatto esibire anche in giro per Sanremo, come Colla Zio, che poi sono andati in gara al Festival.

Gli artisti che proponete nelle serate, sono tutti vostri artisti?

No, assolutamente, non sono tutti nostri. Alcuni lo sono. La direzione artistica la faccio insieme a Rodrigo D’Erasmo, che è un mio artista e che è in management con me.

Però il grosso della programmazione sono artisti che abbiamo chiamato, che ci piacciono. Alcuni proprio che ci piacciono da vent’anni. Alcuni che sono nati ieri l’altro.

Quindi è anche molto eterogenea come programmazione, come età, come genere.

Sì, abbiamo spaziato molto. Poi c’è Diego Bianchi che si è innamorato del progetto, quindi gli faceva piacere partecipare. Solitamente, non fa mai niente oltre a Propaganda. Viene qua tutte le sere e fa il conduttore del palco notturno con tutta la Propaganda band, perché poi chi suona la sera sono tutti i suoi musicisti.

Ci sono anche i De core, che sono due Podcaster di Roma pazzi che fanno questo vlogcast di grande successo. Mi piace l’idea di avere quel taglio lì – quel taglio molto sincero, anche molto tagliente, vero – di raccontare l’interazione con gli ospiti. Mi piace molto la situazione di quest’anno, devo dire, mi ritrovo molto in tutte le scelte che abbiamo fatto.

E’ anche una sorta di creazione di una rete, chiamiamola, virtuosa fatta di persone che la pensano allo stesso modo.

Sì, ho lavorato molto per questo. Qui è come entrare in un live club, un rock’n’roll open bar, si beve la birretta buona, c’è anche la situazione molto… non sanremese, più semplice, più vera, se vuoi. C’è la possibilità di fare relazioni, di creare quella situazione che ti prendi un libro e te lo puoi portare a casa.

In una parola: condivisione.

Esatto. Abbiamo bisogno di questo.

E’ una vera mission, che non è facile da far capire a tutti.

Sì, ma a me non interessa. C’è tutto quello che serve, ci divertiamo, ma non c’è niente di più. Non investiamo in immagini, investiamo in sostanza.

E soprattutto c’è la risorsa umana, che proprio in questo periodo storico dominato dall’AI, serve molto.

Verissimo. Perché poi è la cosa che ti fa stare meglio, come stare qui con voi a parlare, fa stare bene questa conversazione. E’ un po’ questo il senso: cercare di amplificare.

Però il Festival lo guardate?

Qui la sera guardiamo il Festival comunque. Ascoltiamo le canzoni mentre durante la conduzione di Carlo Conti ci sono i De Core che dicono cavolate.

Bene, molto bene!

Eh, ma è voluta: è polemica anche questa.

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