Festival di SanremoSanremo 2026

Commenti a caldo della Prima Serata

di Giacomo Maggiore

Sanremo sembra aver perso i suoi colori. Dalle canzoni alla scenografia, dagli abiti di scena alla conduzione. Nessun guizzo, nessuno spettacolo, niente davvero degno di nota. Insomma, Carlo Conti non mente: continua imperterrito sulla strada della perfezione impettita e grigia. Pochissimi sono stati gli abiti colorati scelti. Le canzoni rimarcano il gusto di questo Direttore Artistico che fanno, per certi versi, rimpiangere le edizioni di Amadeus. Dopo un inizio che di solenne aveva ben poco, nonostante il pallido tentativo evocativo di Baudo, abbiamo assistito ad una rassegna di necrologi per poi immergerci in un’estenuante rassegna di cantanti, quasi come fossero task da assolvere. E nel mezzo? Il nulla o quasi.
Gli artisti che si sono esibiti dovevano essere i colori della tavolozza del direttore artistico. Alcuni hanno brillato altri sono risultati opachi, plastici.
Arisa, una delle preferite per la vittoria, sembra aver smarrito parte della sua proverbiale “sincerità”: il brano punta alla riscoperta personale ma, pur mettendo in luce le sue indubbie qualità vocali, non riesce a coinvolgere fino in fondo, lasciando una sensazione di distanza emotiva, e il pezzo ricorda le sonorità dei cartoni Disney.
Bambole di Pezza rappresentano invece una delle sorprese più energiche, portando sul palco un punk rock italiano che conquista per presenza scenica e autenticità, ma speravamo che osassero di più.
Chiello appare spento, impreciso, la sua proposta scorre senza lasciare nulla di tangibile, con una presenza fragile e una melodia che non riesce a fissarsi nella memoria, risultando complessivamente priva di slancio.
Dargen D’Amico porta colore e personalità (alemno nell’outfit) ma dimostra come a volte l’eccesso possa disperdere l’efficacia complessiva. Lui gioca nella sua confort zone.
Con Ditonellapiaga emerge la hit. Il pezzo farà strada.
La presenza di Eddie Brock risulta poco incisiva, associata a un brano che non aggiunge né sottrae nulla al quadro generale.
E se l’erede Lamborghini tenta (ma non riesce) una rievocazione della Carrà, Enrico Nigiotti ripropone con mestiere una formula già nota, gradevole ma prevedibile.
Ermal Meta offre invece un momento di dolcezza misurata, un brano che non sorprende ma che si inserisce con eleganza nell’insieme, mentre l’incontro tra Fedez e Marco Masini non lascia un’impronta particolarmente memorabile. Il pezzo lo fa la voce e l’interpretazione di Masini. Tra i possibili vincitori.
Francesco Renga continua a muoversi su coordinate familiari che suscitano più nostalgia che entusiasmo, al contrario di Fulminacci che emerge come una delle novità più convincenti grazie a uno stile personale e riconoscibile.
J-Ax abbraccia con coerenza un gusto volutamente kitsch, efficace proprio perché fedele alla propria identità, mentre LDA e Aka 7even dimostrano professionalità e tenacia pur senza incidere profondamente.
E tra “i figli di” non dimentichiamo Leo Gassmann che convince più per impegno che per originalità, con un brano semplice ma ben costruito su misura.
Levante ha rimpiatto con eleganza e arte il palco di Sanremo.Luchè lascia a sua volta più interrogativi che emozioni, con una performance che fatica a giustificare la propria presenza.
La voce di Malika Ayane sembra quasi irriconoscibile, con un timbro snaturato che l’ha resa famosa.
Mara Sattei è una brava esecutrice, che colpisce più per questo che per la sua unicità.
Maria Antonietta e Colombre rappresenta forse la nota più fresca e piacevole con un pezzo interessante. Lei è una delle autrici più interessanti dell’attuale panorama musicale.
Michele Bravi, dopo un periodo complesso, torna con una proposta dignitosa e sentita, forse eccessivamente teatrale.
Nayt propone un lavoro criptico e distante, difficile da decifrare nell’immediato, da riascoltare.
Patty Pravo, la divina. Lei è oltre su tutto.
Raf sembra muoversi su territori già ampiamente esplorati, senza quella scintilla di rinnovamento che potrebbe restituirgli centralità.
Il pezzo di Sal Da Vinci sarà quello che sentiremo ai matrimoni da oggi ai prossimi 15 anni.
Samurai Jay rimane difficilmente classificabile, mentre Sayf colpisce per freschezza ed emozione autentica, una delle poche sensazioni davvero nuove. Da tenere d’occhio.
Serena Brancale conferma la validità di una formula già rodata e piacerà al grande pubblico.
Tommaso Paradiso dimostra come, nonostante i cambiamenti apparenti, il risultato resti coerente con il suo stile abituale. Una top five quasi scontata.
Certamente trenta canzoni sono tante e non c’è lo spazio per fare spettacolo. Per ora il ruolo delle musica è stato per forza di cose centrale riducendo e sminuendo la cifra romagnola della più celebre cantate Italiana ridotta ad una gag sulla pronuncia della “z” o il ruolo del Sandokan dei nostri tempi ridotto ad una continua richiesta di esibizione del suo petto che appare davvero riduttivo e sminuente per lo stesso pubblico che è rimasto a guardare quanto accaduto, incredulo assonnato e confuso.
Non dimentichiamo Tiziano Ferro o Max Pezzali che hanno aggiunto un po’ di musica “dei ricordi” ad una serata che già ne aveva poca (ndr).

È vero che il Festival di Sanremo è il Festival della Canzone Italiana, ma nella baudiana memoria il Festival era anche spettacolo, ironia, divertimento e allegria. Dove è finito tutto questo? Davvero per confezione un buon prodotto non si può osare? Dobbiamo davvero dimenticare i talentuosi intermezzi preparati dal Amadeus a favore di un’ estenuante corsa contro il tempo per ascoltare 30 canzoni? Assistere a 30 (le canzoni) più 3 (i conduttori) sfumature di grigio il sunto di questa serata che davvero ci lascia un po’ a bocca asciutta.

Redazione Milano
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