DIETRO LE QUINTE

L’intelligenza artificiale nella musica mina la creatività dell’uomo? Un rompicapo spiegato dall’avvocato Giorgio Tramacere

L’impiego sempre più diffuso dell’intelligenza artificiale (IA) nella produzione musicale sta sollevando interrogativi sulla creatività umana e i diritti d’autore. In questo articolo, esploreremo il ruolo dell’IA nella musica, affrontando la sua evoluzione nel tempo, l’interazione con la creatività umana e le controversie legali riguardanti la titolarità delle opere generate da macchine intelligenti. Dalla protezione legale alle sfide pratiche, analizzeremo il suo impatto con l’avvocato Giorgio Tramacere, esperto nel settore, in queste ore presente a Sanremo

di Tiziana Pavone

Cosa sta cambiando nella musica con l’intelligenza artificiale?

L’intelligenza artificiale, soprattutto quella generativa, è diventata soltanto recentemente un tema di grande attenzione da parte degli studiosi e degli addetti ai lavori. In realtà, le macchine e l’intelligenza artificiale sono intervenute nel processo creativo dell’uomo fin dal secolo scorso e nessuno si era mai posto il problema della sostituzione della creatività umana con l’intelligenza artificiale. Infatti, è dalla fine degli anni ‘80 che nella produzione musicale vengono utilizzate regolarmente tecnologie hardware e software, che sono dipendenti dall’intelligenza artificiale. Oggi queste tecnologie si sono sviluppate sempre di più, fino a diventare fondamentali sia per la creazione, che per la realizzazione di produzioni discografiche.

L’IA potrà mai arrivare a sostituire l’uomo?

Non credo. Premesso che il concetto di musica artificiale fa star male qualsiasi musicista e compositore, sono certo che la scienza non potrà mai sostituire l’estro creativo umano e la sensibilità di chi crea musica. Questo anche se la musica viene creata e generata completamente con l’ausilio delle macchine. Se partiamo dal concetto che l’opera dell’ingegno è il risultato del lavoro creativo di un autore, dotato di originalità di forma e contenuto, possiamo ritenere che anche il lavoro di programmazione di un software (da parte di un musicista) e di immissione di dati in un software possa essere considerato un’attività intellettuale, creativa e originale, il cui risultato può trasmettere, comunque, emozioni e messaggi all’ascoltatore. Ogni operatore ovviamente ha un approccio diverso rispetto ad un altro. Ciò significa che l’apporto umano nel immettere dati o istruzioni al programma sarà diverso per ogni operatore e diverso sarà quindi anche il risultato.

Le opere generate con l’intelligenza artificiale saranno di titolarità dell’autore? 

Sul punto si sono scatenati dibattiti molto accesi, sia per aspetti politico-cuturali che giuridici. L’opinione che oggi sembra prevalere sarebbe quella che negherebbe la tutela delle creazioni dell’intelligenza artificiale, in quanto si sostiene che gli output generati dalle macchine intelligenti dovrebbero rimanere di dominio pubblico e, come tali, non di titolarità dell’uomo-autore. I sostenitori di questo orientamento partono dal concetto che la creatività – requisito che la legge richiede affinché un’opera dell’ingegno trovi protezione dall’ordinamento – come tale sia legata all’uomo e non alla macchina. Su questo presupposto giungono ad escludere la protezione alle opere generate con l’IA. Una conclusione simile è soltanto teorica e ideologica e comunque non condivisibile. Teorica perché nessuno potrebbe mai accertare a posteriori che quell’opera sia stata generata o meno con l’IA, e non condivisibile perché a una simile conclusione si perviene soltanto se si è completamente fuori dal mondo della musica, sia per quanto attiene al momento della nascita dell’opera, sia al momento in cui la stessa viene esteriorizzata (registrata, prodotta, editata, arrangiata ecc).

Quindi le opere generate con l’IA saranno sempre protette?

Io ritengo di sì, perché non è pensabile che l’utilizzo di un software nel processo creativo di una composizione possa essere sufficiente per negare ed escludere il carattere creativo di un’opera dell’ingegno! Quindi chi partorisce l’opera, anche con l’ausilio delle macchine, sarà sempre autore e la sua opera troverà protezione nel diritto d’autore.

Ma come funzionano questi software che generano la musica?

Il primo software in grado di comporre musica l’ho visto negli anni ‘90. Era un software arcaico, che elaborava e generava sequenze sulla base di parametri numerici e regole che venivano immesse dall’autore. La programmazione del software presupponeva però la conoscenza dell’armonia e della composizione. È vero che oggi ci sono molti software che permettono all’autore di generare musica in modo molto più facile, ma è sempre necessaria una conoscenza musicale anche minima e soprattutto l’apporto creativo dell’uomo che si sostanzia in questi casi nell’immettere particolari istruzioni al software.

Le nuove frontiere dell’AI che impatto avranno sulla creazione e sui diritti d’autore?

Queste tecnologie nella musica hanno e avranno soltanto la funzione di aiutare e supportare l’autore e i produttori a velocizzare le produzioni, semplificando le fasi di produzione. Con il passare degli anni questi software si sono evoluti, ma non sostituiranno mai, né tantomeno comprimeranno mai, la creatività umana, che verrà in modo progressivo affiancata, probabilmente sempre più, da quella artificiale. In altre parole non ci sarà mai un software in grado.

Parlando del Festival l’altra sera abbiamo visto lo sdoppiamento comico di Fiorello, che ci ha presentato il suo clone costruito dall’intelligenza artificiale. Siamo vicini alla sostituzione dei conduttori? 

Dopo Amadeus, che a mio parere è stato il migliore direttore artistico di sempre del Festival, penso che nemmeno un robot dotato di intelligenza artificiale potrebbe sostituirlo. Le macchine per raggiungere Amadeus ne hanno ancora di strada da fare. Trovare un sostituto con quella preparazione e professionalità sarà molto difficile.



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