ARTISTILIVERECENSIONI

Bob Dylan a Milano, un concerto difficile da comprendere. E non soltanto per la voce

All’Unipol Dome il cantautore americano si presenta incappucciato, quasi invisibile, con una voce che fatica a raggiungere il pubblico. Tra proteste per il volume, spettatori delusi e canzoni difficili da riconoscere, resta il dubbio che dietro questa esibizione possa esserci qualcosa di più.

Bob Dylan torna a Milano il 2 novembre, all’Unipol Dome, con i suoi ottantacinque anni e una storia musicale che non avrebbe bisogno di presentazioni. Un concerto atteso, soprattutto da chi desiderava ascoltare almeno una volta dal vivo uno degli artisti più influenti del Novecento. Ma la serata si è rivelata, per molti, ben lontana dalle aspettative.

Già all’ingresso il pubblico viene invitato a riporre gli smartphone nelle apposite custodie Yondr, che ne impediscono l’utilizzo durante il concerto. Una scelta che Dylan adotta da tempo e che, in fondo, si può anche apprezzare. In un’epoca in cui si guarda un concerto attraverso lo schermo del proprio telefono, poter ascoltare musica senza la continua distrazione delle fotografie e delle riprese potrebbe persino essere un valore aggiunto.

Poi si spengono le luci e Dylan appare sul palco. O meglio, si intravede. Indossa una felpa nera con il cappuccio calato sulla testa e rimane per quasi tutta la durata dello spettacolo immerso nell’ombra, illuminato appena da poche luci. Non saluta, non parla, non si rivolge mai al pubblico. Si siede al pianoforte e comincia a suonare, accompagnato dalla sua band.

Fin qui nulla di particolarmente sorprendente. Dylan non è mai stato un artista interessato a compiacere il pubblico e chi conosce la sua storia sa bene quanto abbia sempre difeso la propria libertà espressiva.

Il problema è che, oltre a vedersi pochissimo, si sente anche poco.

Il volume generale del concerto è sorprendentemente basso, tanto da rendere difficile seguire non soltanto la voce, ma l’intera esecuzione. Prima ancora di arrivare a metà serata, dalle tribune cominciano a levarsi ripetute grida di «Volume! Volume! Volume!». Una protesta spontanea, piuttosto insolita per un concerto di questa portata, che testimonia quanto il problema fosse percepito dagli spettatori.

A complicare ulteriormente l’ascolto contribuiscono gli arrangiamenti e le interpretazioni, che rendono molte delle canzoni difficilmente riconoscibili. Dylan trasforma il proprio repertorio con una libertà assoluta, al punto che spesso è complicato capire quale brano stia eseguendo. Non è una novità per chi lo segue da anni, ma nell’arco di un’ora e mezza questa continua trasformazione, unita alle difficoltà di ascolto, finisce per mettere a dura prova anche il pubblico più disponibile.

A metà concerto diverse persone cominciano ad alzarsi e ad abbandonare il palazzetto, visibilmente deluse. Qualcuno arriva persino ad addormentarsi.

E qui si apre una questione che va oltre la semplice recensione musicale. Nessuno può pretendere che Bob Dylan riproponga obbligatoriamente tutte le sue canzoni più famose, né tantomeno che le esegua come nelle registrazioni originali. Sarebbe assurdo chiedere a un artista di rinunciare alla propria evoluzione soltanto per soddisfare la nostalgia del pubblico.

Ma è altrettanto legittimo aspettarsi che chi ha accompagnato un artista per anni, magari custodendo alcune sue canzoni nella propria storia personale, possa ritrovare almeno una parte di quel patrimonio musicale in ciò che ascolta dal vivo. Non necessariamente attraverso l’esecuzione dei grandi successi, ma quantomeno attraverso un’esperienza capace di creare un contatto con chi è venuto ad ascoltarlo.

Dylan ha certamente il diritto di fare quello che vuole. E si potrebbe obiettare che non promette nulla di diverso da ciò che offre, perché da decenni porta avanti questo modo di interpretare la propria musica. Ma la libertà dell’artista non esclude quella dello spettatore di rimanere deluso. Soprattutto quando, dopo aver acquistato un biglietto e accettato persino di rinunciare al proprio telefono, si ritrova a faticare per novanta minuti a distinguere la voce e riconoscere le canzoni.

Dal punto di vista vocale, poi, l’esibizione merita una riflessione a parte.

A ottantacinque anni è naturale che la voce presenti caratteristiche differenti rispetto al passato. Quella di Dylan appare oggi poco tonica, a tratti ipotonica, con una tenuta del suono discontinua e frequenti scivolamenti tra registri vocali, fenomeni che possono manifestarsi con maggiore evidenza nelle voci maschili in età avanzata. Anche l’articolazione rende spesso difficile comprendere le parole, una caratteristica che, nel suo caso, si aggiunge a un modo di cantare da sempre molto personale.

L’aspetto più interessante è però il tentativo, ancora presente, di ricercare intensità espressiva. In alcuni passaggi Dylan sembra voler aumentare la forza dell’emissione attraverso una maggiore pressione vocale, con una qualità più costretta e caratteristiche compatibili con un innalzamento laringeo. Una modalità poco ergonomica, che può comportare un costo muscolare significativo e che certamente non rappresenta la soluzione più vantaggiosa dal punto di vista della funzionalità vocale.

Eppure, proprio attraverso questa strategia, riesce talvolta a raggiungere l’intensità espressiva che sta cercando. Perché una modalità di emissione poco economica non è necessariamente priva di efficacia artistica. E la voce di Dylan, del resto, non è mai stata definita dalla ricerca di una bellezza convenzionale, quanto dalla capacità di trasformare il suono in un mezzo espressivo profondamente personale.

Rimane il rammarico che proprio queste sfumature siano state così difficili da cogliere durante il concerto milanese, a causa di un’amplificazione che non ha valorizzato né la voce né il lavoro dei musicisti.

Eppure, nonostante la delusione, l’immagine di Bob Dylan sul palco lascia aperta un’ultima riflessione.

Un uomo di ottantacinque anni, con il cappuccio calato sulla testa, quasi nascosto nell’ombra, che continua a cantare senza rivolgere una parola al pubblico. Una voce che sembra cercare continuamente di superare i propri limiti, quasi volesse spingersi fino a esaurirsi.

Viene da chiedersi se tutto questo sia soltanto il risultato del tempo che passa, di una voce che cambia e di un artista da sempre poco incline alle concessioni. Oppure se proprio quel cappuccio, quella scelta di sottrarsi allo sguardo e quel modo di utilizzare la voce non nascondano un significato più profondo, che forse oggi sfugge anche a chi era presente.

Non bisogna necessariamente trovare un messaggio nascosto in ogni gesto di un grande artista. A volte un concerto deludente è semplicemente un concerto deludente.

Ma stiamo comunque parlando di Bob Dylan, di un uomo che ha più volte cambiato le regole della musica e che ha costruito gran parte della propria identità artistica proprio sulla capacità di sorprendere e disorientare.

E allora chissà che quella figura incappucciata, quella voce che sembra volersi esaurire e quelle canzoni quasi irriconoscibili non siano parte di un messaggio che, conoscendo la genialità di Dylan, riusciremo a comprendere soltanto più avanti.

Redazione Milano
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