Trionfo rock

7 Mar 2021 | Festival di Sanremo

I Måneskin soffiano la vittoria a Fedez e Francesca Michielin, secondi, terzo Ermal Meta. A Willie Peyote il Premio della Critica. Superospiti della serata finale Ornella Vanoni e Umberto Tozzi.

Apertura istituzionale per la serata finale del Festival con l’inno d’Italia suonato dalla banda della Marina Militare, poi è subito gara che gli artisti da ascoltare sono 26 e si rischia che il sesso ibuprofene di Aiello, che è l’ultimo, ci faccia da sveglia. Anche stasera Irama partecipa con la ripresa fatta alle prove (“Lui intanto sta guardando Juve-Lazio” commentano sui social): se vincesse sarebbe bello vederlo festeggiare dall’hotel in pigiama, come un qualsiasi studente italiano.

Fiorello, dopo un’entrata spettacolare grazie alle ipnotiche coreografie degli Urban Theory, canta un medley di successi di Little Tony, da Cuore matto a La spada nel cuore a Riderà passando per Mare profumo di mare, indossando la riproduzione di una delle sue leggendarie giacche frangiate e l’immancabile bandana al collo. Commentando la decisione di Amadeus di non condurre il Festival l’anno prossimo, augura ai prossimi presentatori una platea piena di gente, perché questo vorrebbe dire che le cose sono andate bene “… ma che vi vada male, ma male male male”. 

Zlatan Ibrahimović accenna qualche passo di danza sulla sua sigletta balcanica, poi riprende il ruolo da guascone, criticando la giacca nerazzurra di Amadeus. Prima ospite della serata è Serena Rossi, la popolare Mina Settembre della fiction di Rai1. Per lanciare il suo nuovo show, canta (benissimo) “A te” di Jovanotti, canzone del cuore di Amadeus. A intervallare i cantanti in gara torna Fiorello, che in gran forma descrive i diversi tipi di pubblico: quelli che vanno a sentire la musica classica e fulminano con uno sguardo chi sbaglia ad applaudire e quelli che vanno alle recite dei figli e non applaudono mai perché sono troppo impegnati a riprendere lo spettacolo.

Il pubblico si diverte a vedere Sanremo, ma mai quanto lui, che racconta di essere andato a vedere Il lago dei cigni: “Bellissimo, dura due ore e mezza, il cigno non muore mai”. Poi si rivolge agli organizzatori delle recite scolastiche, che dovendo dare un ruolo a tutti i bambini a qualcuno fanno fare il cespuglio, il ramo o la pozzanghera.

Arriva Ornella Vanoni, ottantaseienne icona della musica italiana ma anche notoria mina vagante capace di dire la qualunque, guardata a vista da un allarmatissimo Amadeus. Prima di cantare spettegola un po’ con i due conduttori, rimproverando Fiore perché canta continuamente e commentando i capelli del maestro De Amicis (“E’ il vero Ibrahimovic!” twitta qualcuno). Poi canta con grinta straordinaria un medley di splendidi successi da Una ragione di più a La musica è finitaMi sono innamorato di te e Domani è un altro giorno, con Francesco Gabbani canta Un sorriso dentro al pianto e si sente la mancanza della meritatissima standing ovation. Tornato sul palco, Ibra ricorda i suoi undici scudetti e le 945 partite disputate, molte vinte ma non tutte: “Sono Zlatan quando vinco e anche quando perdo. Il fallimento non è il contrario del successo, è una parte del successo” ed elenca le qualità che servono per essere tutti Zlatan: impegno, dedizione, costanza, concentrazione. Infine, saluta ringraziando l’Italia “la mia seconda casa”.

Dopo la Palombelli nella quarta serata del Festival, arriva ora Giovanna Botteri, che legge le prime righe di “Caro amico ti scrivo” di Lucio Dalla, brano che si è rivelato in qualche modo profetico. Amadeus ricorda che un anno fa, tra una canzone e l’altra del Festival, andava a vedere i suoi servizi su Wuhan e mai avrebbe pensato che quel virus in così poco tempo ci avrebbe riguardato così da vicino.

La giornalista racconta quei giorni, la sensazione di sgomento quando dal giorno alla notte un Paese immenso si è fermato e il Presidente Xi Jinping ha detto che erano in guerra. Amadeus domanda se non provi nostalgia dovendo sempre stare distante da casa. “Chiudi gli occhi e pensi che dietro quelle telecamere ci sono le persone che ami, che in quel momento ti guardano con affetto e comprensione – risponde l’inviata – Non è una sensazione diversa da quella che provate quest’anno voi facendo questo Festival senza pubblico” risponde l’inviata. Il Sindaco di Sanremo dà a Fiorello il Premio Città di Sanremo: lui chiede subito se da questo momento potrà avere tutto gratis, ma poi ringrazia, definendolo il premio più importante della sua carriera.

Nel suo ultimo quadro Achille Lauro canta C’est la vie, preceduto dal ballerino Giacomo Castellana, solista dell’Opera di Roma. È vestito in doppiopetto color ciclamino, ma al termine del brano si apre la camicia e mostra il corpo che sanguina, trafitto da rose, mentre in sottofondo si sentono gli insulti dei suoi hater. Più tardi ricorderà quanto le parole facciano male: “Io sto imparando a farmele scivolare addosso, ma per tanta gente non è così”.

È poi la volta degli ambasciatori di Milano-Cortina 2026, Federica Pellegrini e Alberto Tomba, che lanciano il sondaggione popolare per scegliere il logo dei giochi olimpici. La Pellegrini è già stata a Sanremo nel 2012 con Morandi, ma Tomba il Festival l’ha fatto addirittura fermare, nel 1988, per far vedere agli italiani il suo slalom speciale alle Olimpiadi di Calgary.

È un pezzo di storia anche il superospite della serata Umberto Tozzi, che propone un medley dei suoi successi, tutte canzoni che non hanno perso un grammo della loro forza. “Metà d’Italia è figlia di Ti amo” scherza Fiorello, che si è fatto fare un porta premio e gira con il leone rampante sulla palma appeso al collo. Tozzi ricorda la sua gag sull’anatomia stravagante degli animali e dice che dal giorno prima non mangia più il polpo, poi cambia le parole di Donna amante mia in favore di Amadeus: “Patato impaurito che farai”. Max Gazzè dà spettacolo cantando la sua Il farmacista in giacca e cravatta e occhiali dalla spessa montatura nera, poi si apre la camicia e sotto ha la tuta da Superman, scende nella platea vuota e comincia a rotolarsi tra le poltrone. Alle due arriva la classifica parziale: Ermal Meta è in testa, le truppe cammellate dei Ferragnez hanno fatto risalire Fedez e Francesca Michielin dalla diciassettesima posizione alla seconda, terzi i Måneskin.

Il Premio della critica va a Willie Peyote, il premio Lucio Dalla a Colapesce e Dimartino, il premio Sergio Bardotti per il miglior testo a Madame, il premio Giancarlo Bigazzi per la migliore composizione musicale a Ermal Meta.

Mentre tutta Italia è in after come a Capodanno il televoto decide il vincitore di questa edizione storica del Festival: chissà se Fedez mentre guardava l’audizione dei Måneskin a X Factor si immaginava che quattro anni dopo si sarebbe trovato a contendersi il primo posto a Sanremo con loro.

Alla fine, vince il rock e i Måneskin, in lacrime, suonano la loro Zitti e buoni sotto una pioggia di coriandoli argentati, tra il tifo da stadio degli orchestrali tutti in piedi.

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