Bilancio cittadino

da | 6 Feb 2022 | Città della musica

Stando agli esperti, quello appena terminato dovrebbe essere l’ultimo Festival dell’“era Covid”. Una notizia positiva, soprattutto per Sanremo, intesa come città. Già perché, se vogliamo, alla Rai la pandemia degli ultimi due anni sembra aver giovato. Almeno dal punto di vista degli ascolti… Più la gente è chiusa in casa e più si interessa di Festival, con tutti i sistemi a disposizione, e meglio è per la tv di stato. Tale utilità, però, è in conflitto con gli interessi economici cittadini. Se l’edizione da lockdown del 2021 non poteva essere considerata un termine di paragone adeguato rispetto a quelle precedenti la pandemia, da quella di quest’anno e dalle sue riaperture ci si attendeva sicuramente qualcosa di più, sia dal punto di vista delle presenze che da quello della movida. E invece, ad eccezione della serata finale, le “notti brave” consumantesi fino al 2020 sono rimaste un lontano ricordo; così come la marea umana delle strade del centro e il traffico caotico presente sulle strade. Cos’ha allontanato la gente dalla città è fin troppo chiaro. Il fatto di non poter vedere i vip in giro per Sanremo di giorno e nei ristoranti più “In” di notte ha tenuto lontano la folla dalle location tradizionalmente più gremite. Una sala stampa ridotta ai minimi termini e la mancanza di eventi collaterali hanno fornito il loro bel contributo in senso negativo. Il fatto che i “super ospiti” vengano a Sanremo solo per esibirsi all’Ariston e poi alloggino a Montecarlo non è una novità degli ultimi due anni ma succede già da tempo. Tornando ai problemi dei giorni nostri, alla luce delle restrizioni in vigore, era molto difficile auspicare un altro epilogo. La situazione di quest’anno, però, impone alcune riflessioni per il futuro. Riflessioni che conducono inevitabilmente alla domanda: che fare il prossimo anno? Già perché, ammesso che questo sia stato l’ultimo Festival dell’“era Covid”, non è affatto concesso che il prossimo anno le lancette della storia tornino esattamente a giorni, mesi e anni precedenti alla venuta della pandemia. D’altronde, non riusciamo più a contare le volte in cui sentiamo ripetere dagli esperti in materia: «Niente sarà più come prima». E poi, se quest’asserzione è valida per l’economia, il lavoro, la politica, la scuola e tutti gli ambiti della nostra vita quotidiana, perché non dovrebbe essere altrettanto per il Festival?

Per il 2023 proviamo quindi a immaginare uno scenario di questo tipo. La Rai si rende conto che il fatto di aver mandato per anni a Sanremo gente di scarsa o nulla attività è stato uno spreco e visti i tempi che corrono conferma (totalmente o parzialmente) i robusti tagli delle ultime due edizioni. Gli editori si rendono conto del fatto che la stragrande maggioranza dei giornalisti mandati in città possono svolgere tranquillamente il loro lavoro da casa, collegandosi al computer e guardando il Festival in tv anziché in sala stampa. E così via.

La Costa Toscana ormeggiata al largo della costa sanremese, inoltre, è sembrato un avvertimento da parte della Rai alla città: attenzione, potremmo portare Sanremo (parzialmente in un primo momento e definitivamente in un secondo) ulteriormente lontano dal centro. La città, nelle sue componenti politiche ed economiche, dovrà trovare le risposte adeguate per non perdere i benefici di quella che, ormai, è rimasta la sua unica gallina dalle uova d’oro.

Palazzo Bellevue, forte della continua crescita esponenziale registrata dal Festival in termini di ascolti (l’ultimo che ha presentato un saldo negativo è stato quello condotto da Fabio Fazio nel 2014), dovrà far valere, al momento del rinnovo della convenzione, il peso di questi dati. Ma prima studiarsi qualcosa di creativo e ingegnoso per garantire alla città una ricaduta significativa.

Scritto da: Romano Lupi

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