Il Festival entra nel nuovo millennio di fianco ai Festival Accademici con il vero cambiamento nei contenuti

da | 7 Mar 2021 | Festival di Sanremo

SANREMO. Non possiamo fare analisi dei testi delle canzoni in poche righe. Possiamo ricordare, del Festival qualche immagine forte. Come i quadri di Achille Lauro che disegnano la società attuale e la decadenza di una umanità che passa dalle grandi città e tocca tutto il Paese.

Vediamo perché questa non è solo storia personale di un artista ma riguarda tutte le persone. La lettura sbagliata da parte di altri individui perpetrata su chiunque di noi non è un fatto aleatorio, ma lascia segni forti. Abbraccia i confini dei rapporti tra noi e gli altri, e anche tra noi e noi. Freud direbbe che c’è una differenza, tra come siamo/come ci crediamo di essere; chi vorremmo diventare/come diventeremo nella realtà. La nostra proiezione sul grande schermo di noi stessi, è spesso un’immagine grandiosa e potente. Quasi mitologica. Invece capita di fare i conti coi piedi per terra e ridimensionare di molto tale figura. Poi ci si mettono anche gli altri. Che ci guardano come vogliono, e ci vedono diversi da come siamo. Ci vedono spesso per come vorrebbero che noi fossimo: uguali a loro. E così proiettano sulle nostre frasi contenuti e deduzioni che non c’erano. Ci chiedono autodistruzione in cambio di accettazione unilaterale (Ti accetto solo se sei come me, non per come sei). Questa richiesta è frutto del bisogno di certezza, di sapere che siamo noi quelli dalla parte del giusto. Da tutto questo traffico di semafori, viene fuori una personalità di compromesso. Siamo nel nuovo millennio ma ci portiamo strascichi del vecchio mondo, fermi a una lettura superficiale di fatti e persone, senza mai aver aperto un libro di psicologia della personalità in cento anni. Si giudica ogni cosa sulla base del nulla, senza empatia, per sentito dire. Non è che si guardi meno gli altri. Con gli altri ci si misura sempre. Ma nel guardarli, li si giudica con la pietra in mano e la ricerca del branco, per bullizzare nel giro di un do il diverso. Diverso è diventato anche chi è capace di pensare con farina del proprio sacco. Quando questo modo di fare dilaga, la società che non reagisce, composta da ognuno di noi, si ammala. E potrebbe pure mitizzare e venerare un atteggiamento malsano, al posto di metterlo al bando. Potrebbe chiedere autografi alle persone sbagliate, senza sospettarlo. Potrebbe allora diventare una sorta di mantra poco intimo, il lamento di un dannato solitario.

Così, la lettura di questo quadro di Lauro si presta a una duplice lettura: da una parte la denuncia intima del grave disagio di solitudine, di spreco di risorse umane, che avverte molta gente inascoltata; dall’altra, l’assorbimento di tutto questo male, che solo l’artista può trasformare in scena, edificando su sé stesso la gigantesca rappresentazione della valle di lacrime, che si fa statua venerabile. Da venerare ma da non imitare. Benché l’invito sia quello di non scagliare la prima pietra e di non bandire il pensiero della coscienza, c’è il pericolo di lasciare l’esclusiva del disagio solo alla statua, mentre sarebbe compito di tutti, cominciare a migliorarsi, quando il Festival lascerà la città. Di tempo ne abbiamo, visto il dilagare della pandemia. Un’altra bella testa presente a questo Festival, Gio Evan, filosofo cantante come lo era stato Ivan Graziani, impazza con i suoi scritti quotidiani sui social: “C’è un tempo per insistere e un tempo per lasciar scorrere. Possa tu riconoscerli sempre.” Questo è il tempo per cambiare. Nessuno escluso. Il fatto che il Festival patinato se ne sia accorto e abbia cambiato generazione, contenuti e modo di fare cast ci ha dato il segnale. Molti sconosciuti tra i cantanti big, ma conosciuti in rete, hanno creato qualche perplessità ai molti addetti ai lavori che stanno misurando ancora il numero di intonati e di notorietà televisiva. Il Festival invece, allineato più di ieri ai nuovi festival accademici, ci insegna la consapevolezza che il numero di seguaci sui social è significativo di una mente pensante, e che la mente pensante fa differenza di contenuti. Il contenuto è quello che serve adesso. C’è speranza, che i giovani ci portino la denuncia e la soluzione. Per la verità, di denunce sociali se ne intendevano anche le scorse generazioni. Ma quando si è trattato di cambiare sé stessi, è finita con l’investire sulla fabbrica del proprio ego, autocitandosi su ogni libro letto e riscritto, o celebrando biografie più patinate, che non si è riusciti a fare proprie.

Dopo Sanremo il compito è impegnativo. Riguarda noi e l’artista che c’è in noi, con il compito di superare gli stereotipi. Affinché non si faccia morire l’arte, la filosofia, la direzione, il senso della vita. Ora o mai più. Chi ha visto la statua e chi, la persona? Ad ogni modo, grazie, Amadeus, per averci provato. In bocca al lupo a tutti (viva il lupo!).

Di Tiziana Pavone.

Scritto da: Sara GIOVANNETTI

Ti potrebbe interessare…