Di Illy Masper


ROMA. Era inevitabile che la popolarità di Claudio Baglioni in questi ultimissimi tempi salisse a dismisura dopo la doppia nomina, da parte di Rai Uno, a direttore artistico e conduttore del 68° Festival di Sanremo. Lo sarebbe per chiunque. Il buon Claudio che – dicono i soliti bene informati – è persona per bene, in queste settimane è costretto a dar retta a tutti: cantanti famosi e meno, giovani autori, attori e attrici, comici e guitti, insomma tutta una umanità in cerca di visibilità e tanta fama da conquistare e il palco di Sanremo è certamente una meta tra le più ambite. 

Vale più un passaggio veloce al Teatro Ariston per Rai Uno in quelle serate di canzoni, che dieci da Barbara d’Urso su Canale 5 con tutto il rispetto per quella santa Donna. Per non dire quanti sono già i produttori discografici che sostano sotto casa dell’artista romano pronti per consegnargli il “brano” che vincerà il Festival del 2018; così come le piccole agenzie di spettacolo che si stanno affrettando per proporre questo o questa nuova attrice, un novello attore di Fiction, che in questo momento in tivvù vanno per la maggiore. Tutti lì pronti a prostrarsi di fronte all’uomo-artista che segnerà inevitabile il destino di qualcuno che poi alla fine, magari, non andrà nemmeno a ringraziarlo in camerino. 

Eppure l’effetto Sanremo è anche questo: un Baglioni che riscopre amici mai visti o sentiti una sola volta; che per strada viene avvicinato da strani figuri che gli propongono di tutto e di più, come recita lo slogan di mamma Rai, nemmeno fosse il padreterno che sa sfornare miracoli a tutto andare. Sanremo dunque è anche una malattia, la distruzione dell’orgoglio personale, la sfrenata ricerca dei deboli contro i forti perché non vincono mai; Sanremo è il bene e il male allo stesso tempo: opprime e sopprime uomini e donne in cerca di ché? Ma Sanremo è anche il Festival delle canzoni inedite, quelle che in teoria dovremmo canticchiare il giorno dopo, cosa che non succede più da anni, così come sono anni che un brano non và oltre la frontiera di Mentone o Tarvisio, tranne quello di Andrea Bocelli (nella foto) anche se, in questo caso, di anni ne sono già passati parecchi.

Tutto ciò a riconferma del fatto che purtroppo quel palco sanremese non esprime più la canzone italiana, quella che identifica questo benedetto Paese con la melodia, unica fonte cultural-popolare che incassa denari, oggi anche meno. Adesso è il tempo del Rap, della musica House, musica farfugliata e troppo spesso senza senso. Ammesso che Sanremo abbia ancora un senso…musicale, business a parte.