Un mese fa finiva il 67° Festival e con lui Carlo Conti con i suoi tre anni di contratto. Intanto vale la pena ricordare che poco dopo la sigla di apertura, ancora spenta l’astronave di Star Trek sul palco, un commosso Tiziano Ferro omaggiava Tenco. Nel trionfo e nella soavità del bianco e nero, aveva tolto quel macigno che da mezzo secolo pesava e pesa ancora sulla coscienza di Sanremo e lo ha piazzato sullo stomaco del suo presente. Perché Tenco è la grandezza nostalgica del passato e lo è pure Ferro, ultima star italiana a potersi costruire una carriera di livello mondiale prima che la discografia nazionale si infilasse in un’irreversibile crisi sistemica dove fatica molto a valorizzare gli artisti e a pianificare strategie plausibili. Con un’inconscia vocazione all’autolesionismo, Sanremo 2017 già nella prima serata, appunto, aveva fatto subito harakiri, come ha dimostrato anche la carrellata iniziale delle perle che in 50 anni non hanno neppure vinto la kermesse: in un buco di tempo decennale dall’inizio del millennio gli autori tv non ne hanno trovata neppure una e poi ci hanno fatto rivedere Emma e i Modà, brava gente, ma mica sono Vasco Rossi o Lucia Battisti. Lo spirito dei tempi è questo: nessuno compra più dischi, perché non esiste più un pubblico disposto a concedersi l’ascolto emotivo, qualcosa che ti graffi dentro l’anima anche quando si parla di musica leggera. Si obietterà: non esageriamo, sono solo canzonette. Figurarsi. E anche se Conti ci riproponeva la burla toscanaccia delle Canzoni al centro del Festival lì il gioco è stato ben diverso. Come in serie A, che gira tutto attorno ai risultati dell’audience, non al trallallero trallallà nazionale. Il carrozzone rivierasco viene montato e acceso perché Rai Uno porti a casa il bilancio nel “periodo di garanzia” vendendo a peso d’oro gli spot. E l’audience della prima serata era stato, numeri alla mano, a doppia lettura: 50 e spicci per cento, più di 11 milioni di spettatori. Gli stessi dello scorso anno: vuol dire che la struttura tiene bene con i suoi automatismi e che l’ingaggio di Maria De Filippi forse è stato superfluo? Ma Carlo non sapeva chi si era messo in casa perché dopo mezz’ora aveva capito che all’Ariston, più che la Maria di “Amici” è venuta quella di “C’è posta per te” e di “Uomini e donne”, tra passeggiatine, racconti, sedute sui gradini e quell’allure da maestra severa, oscuramente perversa, che quando impugna la cucchiarella temi voglia bacchettare il fiorentino, non omaggiare Ricky Martin. 11 milioni di spettatori a orbitare senza gravità nella galassia del nazional-popolare in un movimento liturgico lento, arrestatosi dopo l’una di notte, rassicurante, ma al tempo stesso straniante. Undici milioni di italiani che hanno ascoltato gli artisti con la paletta (cellulare) in mano, pronti a bocciarli, meno a sostenerli: se davvero la musica fosse al centro di tutto, basterebbe che ogni teleutente comprasse una canzone e avremmo ridato ossigeno alla filiera. Invece non è mai così: nell’edizione 2016 il pezzo più venduto è stato quello di Alessio Bernabei, la miseria di 20mila copie e quello di quest’anno è stata la sua brutta copia. Insomma, anche nel Festival 2017 le canzoni si fatica a trovarle. Le eccezioni? Un superbo Fabrizio Moro con una ballata sincera e la voce di carta vetrata; un autorevole Ron, finito inopinatamente in zona rischio con un tempo medio di grana fine scritto con i ragazzi de La Scelta, uno sbarazzino Samuel che sembrava il più contemporaneo di tutti, ma se l’ascolti bene pare un’autocitazione dei Subsonica anni Novanta. Elodie è stata brava, ma faticherà a restare infilata dentro uno spartito vagamente verboso e un po’ passé. Al Bano è stato perfetto dentro la bolla di Star Trek e per una volta pare umano con la sua romanza che verrà ignorata dagli acquirenti italiani, ma sfonderà in Kazakistan. Malissimo Giusy Ferreri che finiva in nomination distruggendo con un’esibizione caotica un pezzo costruito chirurgicamente per le radio, inconsistente la Comello con il suo compitino da Eurovision, troppo moscio Clementino, mentre Ermal Meta convince, ma non abbaglia con il tema sociale (la violenza domestica subita dalla madre) di questa edizione. Poi c’era Fiorella Mannoia, certo. Che recita da Mannoia e di lei si deve dir bene per forza anche quando la proposta galleggia sulla sufficienza. Che poi il Cardinal Ravasi ne abbia retwitti entusiasta il suo testo, anche questo è un segno, ma non una manifestazione del Divino: il Festival è finito, andate in pace…