La pirateria Musicale



Meeting annuale a Sanremo dedicato alla pirateria

Ieri sera, sul lungomare sanremese si sono riuniti discografici, editori, conduttori ed esperti di diritto d’autore. Il tema è sempre caldo. È stata una serata contro la pirateria, in presenza di molti addetti ai lavori di spicco, dove sono stati trattati sotto diversi profili, gli aspetti del fenomeno della pirateria musicale. In sala c’è stato l’intervento di Popi Minellono, attuale Presidente della AFI (Associazione Fonogra ci Italiani), che ha ribadito anche un altro concetto semplice: diffidare dai produttori che chiedono soldi agli artisti per realizzare dischi. All’evento c’era anche Roberto Razzini Presidente della Warner Chappel. Ha organizzato l’evento Alex Peroni noto conduttore e storico dj. Tra gli ospiti, il conduttore radiofonico Federico l’Olandese Volante. E una serie di artisti che si sono esibiti, tra cui Ricky Anelli. Tra un intervento e l’altro in una serata ricca di ospiti, abbiamo approfondito l’argomento, approfittando della presenza dell’avvocato Giorgio Tramacere, noto esperto di diritto d’autore, che con il suo intervento ha tenuto alta la tensione sul tema.

La pirateria musicale come nasce e perché?

Possiamo far risalire le origini della pirateria musicale all’affermazione del teatro pubblico operistico a pagamento: nasce perciò a metà circa del XVII secolo e conosce un’esplosione nei due secoli successivi. La musica allora non era riversata su un supporto fonografico e quindi poteva essere ascoltata soltanto se suonata da un musicista. L’unico modo per fissare la musica era lo spartito e soltanto chi deteneva lo spartito aveva il diritto esclusivo di sfruttarlo economicamente. Allora il diritto d’autore non esisteva ancora. L’unico modo per fruire la musica era soltanto quello di ascoltarla dal vivo. Il mercato era in mano ai teatri, che comperavano dagli autori le opere e gli spartiti, che servivano poi ai musicisti per rappresentare dal vivo la musica o l’opera. La concorrenza del teatro che aveva lo spartito incaricava un musicista, per trascrivere (copiare) la musica rappresentata in uno spettacolo dal un altro teatro, per poi riutilizzarla e sfruttarla economicamente dal vivo. Questi musicisti incaricati, poiché non potevano ovviamente registrare lo spettacolo, scrivevano a mano, durante il concerto, le note della melodia e degli arrangiamenti. Questi nuovi spartiti, somiglianti ma non identici all’originale, venivano poi utilizzati da altri per mettere in scena le opere copiate ai fini di lucro.

Ma gli autori allora che ruolo avevano?

Il soggetto leso da tali illeciti era il proprietario dello spartito… colui che aveva commissionato l’opera. L’autore riceveva un danno indiretto, perché veniva rappresentata a suo nome un’opera che non rispecchiava il pensiero e l’estro creativo dello stesso autore, perché l’opera risultava sempre copiata sommariamente (non coincidevano melodie, armonie, strumentazione, ecc.). Questo è il primo fenomeno moderno di pirateria che si conosca. Allora il diritto d’autore e la protezione del copyright non esisteva.

Come è cambiato poi il fenomeno della pirateria musicale?
Con la nascita del diritto d’autore e dell’istituzione della Siae, fondata proprio per arginare il dilagare delle usurpazioni delle musiche operistiche, il fenomeno della pirateria ha avuto, nel corso degli anni, dei cambiamenti sostanziali. Con l’avvento dei supporti fonomeccanici, la pirateria ha assunto grande consistenza tra gli anni 60 no agli anni 90 con i cosiddetti “bootleg”. Per bootleg si intende una registrazione audio o video di uno spettacolo, effettuata in forma amatoriale o professionale e commercializzata mediante distribuzione di copie in vinile in forma non ufficiale tra i fan, senza, ovviamente, il consenso del titolare del diritto. La pirateria si è manifestata anche sotto la forma di contraffazione del disco originale, i cosiddetti “dischi pirata”, che sono copie illegali di dischi ufficiali immesse sul mercato senza il bollino Siae. Talvolta la pirateria si è manifestata anche con il fenomeno dei CD bootleg, che generalmente non contengono materiale disponibile sui CD ufficiali, ma creano comunque un danno a tutti i soggetti titolari dei diritti d’autore e dei diritti connessi. La pirateria, che provoca ingenti danni a case discografiche, produttori, artisti, autori ed editori, ha cambiato più volte pelle e oggi, con l’avvento delle nuove tecnologie, di internet, dello streaming e del download diretto, ha assunto dimensioni notevoli e non facilmente aggirabili.

Quanto incide il fenomeno della pirateria nel settore della musica?

L’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale ha diffuso nel maggio 2016 uno studio che, sulla base di un’analisi relativa al 2014, ha stimato un calo delle vendite dirette per ben 170 milioni di euro di cui 57 milioni per la vendita di musica su supporto fisico e 113 milioni in formato digitale. A ciò si aggiungano gli effetti indiretti, conseguenti ai processi sui processi produttivi e sui servizi che ruotano attorno al settore della musica, nonché le conseguenti perdite di entrate scali per lo Stato. Gli effetti diretti e indiretti complessivi del calo delle vendite hanno causato una perdita di ben 336 milioni di euro. Tuttavia tale valore, già di per sé parziale per la metodologia applicata allo studio, non può che essere per difetto, atteso che gli effettivi costi economici conseguenti alla pirateria, come ogni fenomeno illecito, non sono facilmente stimabili.

Quali potrebbero essere i concreti rimedi per limitare il fenomeno?

La pirateria è purtroppo, nell’attuale contesto tecnologico, difficilmente arginabile. Una ricerca effettuata dal Joint Research Centre della Commissione Europea ha rilevato che la chiusura dei siti pirata non costituisca per niente un rimedio efficace. L’oscuramento del sito pirata dominante “Hydra”, ha causato come effetto il sorgere di altri siti alternativi che insieme hanno raccolto tutta l’utenza persa e la hanno addirittura ampli cata. Tuttavia, nell’ultimo periodo, la diffusione di servizi di streaming musicale on-demand, quali Apple Music e Spotify, pare che abbiano rivoluzionato completamente il settore. A livello globale i servizi di streaming a pagamento attirano sempre più utenti, soprattutto tra gli under 25, sia grazie alla varietà di musica, sempre a portata di mano, sia per la possibilità di scoprirne quotidianamente di nuova. Questo fenomeno, sicuramente in crescita, è destinato inevitabilmente ad arginare il problema della pirateria, perché con un abbonamento di circa dieci euro mensili gli utenti potranno avere a disposizione tutta la musica del mondo. Lo streaming musicale, il continuo affermarsi di nuovi device, o supporti e la possibilità di avere tutto subito in modo gratuito, ha causato una contrazione dei ricavi a tutto l’indotto discografico superiore al 45%, spostando tutti gli introiti da chi produce la musica a chi permette di farla ascoltare. Credo che sia essenziale per il futuro ridistribuire equamente i ricavi riportando il business a chi produce la musica.

Quanto è cambiato il modo di ascoltare la musica?
Tantissimo. Nel passato quando si acquistava un disco lo si ascoltava, no a usurarlo, e si aveva una conoscenza completa e profonda di ogni singolo brano di quell’artista. Negli ultimi anni, invece, il modo di fruire della musica ha subito una vera e propria rivoluzione, e ciò grazie alla possibilità di scaricare, migliaia di pezzi degli artisti più disparati. Questa nuova modalità di approccio, ha da un lato permesso all’utente di conoscere altri generi di musica, ma dall’altro lato ha causato una supercialità diffusa nei giovani. Scaricano migliaia di brani, passando da un pezzo all’altro senza alcuna fruizione “cosciente” dell’opera.

Ritieni che, in futuro, questi strumenti renderanno la musica gratuitamente fruibile da tutti?
Penso proprio di no. Per alcuni, la musica, quale arte, sarebbe un bene di tutti e come tale dovrebbe essere gratuita. Tale visione, prima ancora che allucinante, è inconcepibile. Chi mai investirebbe tempo, fatica e risorse per la produzione di musica solo per divertimento ne a sé stesso? Quindi chi vuole ascoltare la musica la deve pagare. La musica gratis per tutti causerebbe la fine della musica di qualità.

Tiziana Pavone

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