Dopo (il) Festival pane e Sa…vino

Obiettivo mancato: non è buona neppure la seconda

Ancora in terapia intensiva il risorto Dopofestival. Più precisamente sarebbe il caso di dire che il semi riesumato salotto irriverente della bagarre canora, continua, come del resto Gialappa’s aveva anticipato, a procedere proprio a casaccio, sforzandosi in una critica improvvisata che in realtà i suoi conduttori non hanno la capacità di sostenere, neppure più causticamente. Ci saremmo aspettati, e si auspicherebbe se di Dopofestival si deve trattare, un apporto critico costruttivo alla musica, che di Sanremo è il pane. Un dibattito solo un po’ più profondo, giacché a Sanremo sono presenti le menti più ispirate in materia musicale. Acuti considerativi intelligenti che ci stimolassero a riflessioni capaci di andare oltre la nostra usuale stereotipata capacità di riflessione e di opinione ordinaria.
Non ci riferiamo ad una funzione educativa di una eventuale critica post festivaliera, ma almeno ad un tentativo di induzione e stimolo ad una sensibilità empatica nella valutazione dei brani.
Se il palco dell’Ariston vuole sottesamente ricordare il valore anche terapeutico dell’arte in generale e della musica in particolare con la presenza di Enzo Bosso; se è vero che “la musica si può fare solo insieme”, così come la vita; allora altrettanto vero è che il Dopofestival risulta un po’ poco partecipativo, e disattende in pieno la propria funzione. Per rifugiarsi in un atteggiamento superficialmente sperequativo e, banalmente, meramente calcistico. E se i maestri di orchestra, come i maghi, non a caso hanno la bacchetta perché creano magia; e se i cantanti, non a caso, producono suoni, e la vita nasce da un primo primordiale suono e proprio dalla voce; e se poi gli studiosi, gli osservatori, gli intellettuali ed i critici di ogni genere, vivono di pensieri ed ispirazioni, ed anche queste sono destinate a tradursi in forme pensiero prima ed in materia subito dopo, allora quale è l’obiettivo di un Dopofestival se non quello di partecipare alla fase costruttiva che gli sarebbe preposta?
L’irriverenza della Gialappa’s Band fa quindi, comunque, sorridere. Le polemiche non si trasformano in confronto, non galvanizzano l’ascoltatore e, in definitiva, il dopofestival si riduce a riproporre spezzoni della serata appena terminata. Mentre ci domandiamo se gli ospiti, in realtà, non preferirebbero essere piuttosto a mangiarsi un panino. Invece che strascicare la seconda puntata in improbabili disquisizioni sulla differenza tra un’imperfezione esecutiva dovuta ad uno stato di emozione del cantante piuttosto che ad un suo momentaneo abbassamento di voce. O a lasciar disquisire Morgan circa il significato di “performance canora elegante”, quasi fosse un’icona dello stesso concetto e Savino, dal canto suo, non ricorda o storpia addirittura i nomi dei suoi ospiti. Ma forse penserà di essere ancora sulla ciclabile…
Una serata che si svolge all’insegna di pacche sulle spalle, reciproche, di scambi a due, e che si sovrappongono, tra i vari ospiti o tra gli ospiti e Savino e si ha davvero la sensazione che nessuno abbia la percezione di dove si trova, quale sia il suo ruolo, e soprattuto l’obiettivo che vuole raggiungere, la funzione che deve svolgere. Figuriamoci se qualcuno possa esser consapevole della ragione profonda che lo spinge ad intervenire.
La serata trascende sul finire della puntata dietro lo sguardo enorme quanto meritevole di Dolcenera che osserva silenziosamente e con la propria rassegnazione questo spaccato di società. Ma l’Italia ha già vinto: con Enzo Bosso. E il Festival potrebbe finire qui.

Erika Cannoletta

Festivalnews Redazione

Redazione di Festivalnews

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