Ultimo favorito, le balle delle votazioni

di Romano Lupi. Alcune considerazioni sul Festival appena concluso. L’idea che il televoto sia espressione di una volontà popolare è assolutamente falsa. In passato, quando era l’unico criterio per l’assegnazione della vittoria, infatti, era prevalentemente dominato dalle case discografiche, le quali acquistavano dai call center pacchetti di voti per i “polli di batteria” provenienti dai talent i quali, adeguatamente sponsorizzati a livello mediatico dalle reti di riferimento (Rai o Mediaset che fossero), oltre al sostegno delle varie etichette, godevano di ampie schiere di giovani fans. Questa situazione, nel caso in cui fosse rimasta irrisolta, avrebbe prodotto un’emorragia di artisti poco propensi ad incassare figuracce festivaliere a vantaggio di gente come Valerio Scanu e Marco Carta. Tanto per fare un esempio, proprio dieci anni fa, quando il televoto regnava sovrano, la classifica recitava: 1) Marco Carta, 2) Povia, 3) Sal da Vinci. Di sicuro non le migliori canzoni di quell’edizione poiché tra gli esclusi – decisamente più meritevoli dei piazzati sul podio – erano emerse ben altra qualità. Ne citiamo una sola per tutti: Patty Pravo con “E verrò un giorno là”. L’esigenza di equilibrare il giudizio di un pubblico poco competente in campo musicale e della voracità dei discografici, nel corso degli anni, ha portato al sistema attuale. Citiamo solo i criteri dell’ultima serata: una prima fase in cui il televoto del pubblico valeva il 50%, quello della giura degli esperti per il 20% e quello della sala stampa per il 30%. Aggiungendo il risultato della quinta serata a quello delle serate precedenti è stata stilata una classifica. I primi tre di quella graduatoria, a quel punto, sono stati rivotati (sempre con peso 50-30-20) e da lì è uscito il verdetto finale che tutti conoscono, anche quelli che non si sono mai occupati di Festival. Sulla giuria di qualità scelta da Claudio Baglioni (o meglio chi per lui) però qualcosa va detto. Posta l’indiscussa competenza del suo presidente Mauro Pagani, sugli altri ci sarebbe qualcosa da ridire. Che senso ha mettere dei giornalisti quando il Gotha del giornalismo musicale italiano vota già in sala stampa? Oppure perché chiamare attori e cuochi? La giuria di qualità dovrebbe essere interamente composta da grandi esperti di musica (possibile che siano solo tutti di sinistra?). E pazienza se hanno un minore appeal mediatico rispetto a noti personaggi televisivi. E poi le solite polemiche sulla non italianità del vincitore (a proposito, come mai nessuno si è accorto che uno dei due vincitori dell’anno scorso era un albanese arrivato in Italia con il traghetto?) e sul cachet del presentatore/direttore artistico secondo alcuni “pagato con i soldi del canone”. Nulla di più falso: il Festival, prima trasmissione della televisione italiana, si autofinanzia. E lo fa da anni. Anzi, attraverso le entrate della pubblicità, al netto delle spese, porta nelle casse della Rai svariati milioni di Euro. Abbandonando le chiacchiere e passando alle cifre, in totale “Sanremo 2019″ ha avuto un costo identico a quello di un anno fa, circa 17 milioni (compresi i 5 milioni della convenzione con il Comune di Sanremo, meno 600 detratti per sostenere Sanremo Young: era il caso?)). Per quanto riguarda la raccolta pubblicitaria, alla vigilia dell’inaugurazione del Festival, il nuovo direttore di Rai Uno Teresa De Santis (aziendalista) ha confermato che “oscilla tra i 28 e i 30 milioni di Euro”.