69° Festival della Canzone, la parola “trasparenza”, in Musica non esiste

Il Punto di Illy Masper

ROMA. In questi giorni, prima della conferenza stampa, alla Rai è arrivata una lettera con le accuse che l’emittente non sarebbe in grado di garantire il contratto di trasparenza utilizzato per i propri artisti di Sanremo. E l’accusa tocca quella persona di Claudio Baglioni (nella foto durante la conferenza stampa di ieri), quale direttore artistico, senza sapere che se c’è una persona che non sembra saperne di queste faccende piuttosto antipatiche è proprio lui. Ma tant’è che l’incarico di D.A. è suo quindi tocca a lui assumersi anche questa responsabilità, verbale ovviamente. Che poi la parola trasparenza sia un termine molto poco usato dentro e fuori da Viale Mazzini, ma non solo, è risaputo da tempo.

Da anni sotto accusa è il mondo della musica Pop italiana (quella lirica, solo per certi versi si salva) pressoché montata, organizzata, coordinata e manipolata come merce di scambio da un pugno di persone che fa il bello e il cattivo tempo, Sanremo compreso. Non è una novità infatti che tutto ciò che ruota attorno al settore musica in Italia (con ramificazioni anche all’estero) sta nelle eleganti tasche di un gruppetto di persone per bene che siede alle scrivanie di multinazionali discografiche, di alti dirigenti di radio e televisioni importantissime ed a capo delle organizzazioni di grandi eventi da stadio e piazze, anche internazionali: insomma sono sempre loro.  Quattro/cinque famiglie nazional-popolari del Sud del Paese che si dividono la grande Torta, alla faccia delle piccole etichette, di compiacenti associazioni del settore delle 7 note, mentre i piccoli manager si devono accontentare di rosicchiare il bordo di quella gigantesca, quanto succulenta torta di delicata pasticceria. Inutile quindi scandalizzarsi perché sono informazioni che conoscono da anni tutti gli addetti ai lavori, cantanti compresi, soprattutto quelli famosi che si guardano bene di parlarne male perché rischiano grosso.

E poi perché scandalizzarsi se queste famiglie non applicano la trasparenza nelle loro scelte artistico-finanziarie, perché non c’è una Legge dello Stato che tuteli questa categoria lasciata alla mercé di pochi speculatori che non fanno altro che applicare la loro Legge, quella del business senza scrupoli. Quindi non ci sentiamo di condannarli, certo nemmeno approvare le porcherie che fanno, perché pare che ne facciano e tante.

Questo 69° Festival non sarà da meno di altri del passato nei quali, però, comandava uno solo. Adesso che a comandare sono molti di più, è ovvio che tutti pretendono la propria fetta. Parafrasando il titolo di una fiction di successo di Rai Uno, i Bastardi di Pizzo Falcone, quel manipolo di gente per bene può essere assimilata ai Bastardi della Musica Italiana?

 

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