Inaugurata la statua di Giancarlo Bigazzi, il compositore che ha collezionato uno dietro l’altro successi storici della canzone pop.

di Tiziana Pavone
E’ grande la gioia nel sapere che il nostro Paese si è deciso di celebrare uomini e donne della società civile distintisi con merito anche nel settore della musica popolare, fino a spingersi a incidere nomi e luoghi nella memoria collettiva con azioni concrete. Dopo Sanremo, che ha la sua statua di Mike Bongiorno, conduttore per eccellenza di tanti Festival della Canzone italiana, il primo settembre scorso in Toscana, è stata inaugurata la statua del grande compositore Giancarlo Bigazzi, passato a miglior vita diversi anni fa. Non poteva andare meglio di così: l’arte che celebra l’arte, nel luogo dove si è vissuti. In questo caso, la statua è stata eretta nel parco davanti a casa sua, nel Comune di Camaiore, alla presenta di tante autorità e del mondo artistico.

Il suo nome brillava già nel firmamento dei grandi, perchè, anche se certi mestieri si muovono a passi felpati dietro le quinte dello spettacolo, nell’ambiente fanno eco. Il suo era un nome che riecheggiava per eccellenza. Molti dei suoi stessi colleghi si collocavano al di sotto di lui, come gradi di imponenza. Durante i suoi Festival di Sanremo, dove partecipava sicuro di fare successo, nonostante la sua fosse una presenza di garanzia, non era facile incontrarlo nei luoghi blasonati. Non aveva una vita mondana, stava con la sua famiglia e con la sua amata compagna Gianna Albini. E tra quegli addetti ai lavori seri, veri, pochi ma buoni, tutti concentrati sulla gara e la tabella di marcia. Spesso di lui si raccontava. Tutti raccontavano. Con immensa stima e rispetto. I colleghi famosi, di solito restii nell’elogiare qualcuno che si conosce troppo bene per motivi di lavoro, se si trattava di Bigazzi, cambiavano espressione. Era come se ammettessero di dismettere la maschera dei complimenti formali per sopraggiunta presa di coscienza di avere conosciuto un vero genio. E’ strano, ma la genialità è una rarità anche nel mondo dell’arte. Ed è strano anche che lo si sappia riconoscere. Di lui non ha mai nascosto l’ammirazione una delle colleghe di lavoro, sua grande amica, Mara Maionchi, che spesso ha raccontato con autentica ammirazione:”Bigazzi è un genio assoluto! Lui ti dice che va a scrivere un successo. E poi la canzone diventa veramente un successo!” Lui era una fabbrica di successi consapevole. Da Gente di Mare, Gli Uomini non Cambiano, a Gloria, non faticava affatto a sfornarne uno dietro l’altro. Come ci racconta Gianna nell’articolo celebrativo della collega Franca Dini, una amica della famiglia Bigazzi, “tutti andavano da lui”, a Settignano. Tutti bussavano alla sua porta perchè con la sua firma erano sicuri di fare successo.

E’ incredibile, la sua collezione di canzoni di successo, vestite sui cantanti degli anni ’80, che hanno spopolato come tormentoni durante l’estate (pensiamo a Umberto Tozzi), e che ancora oggi tornano a riempire i teatri. Giancarlo Bigazzi è diventato una nostra eccellenza, un nostro vanto. Ha collocato la canzone già nell’Olimpo prima di metterla in radio. E non si è mai montato la testa, come tutti i grandi fanno. Anzi, nel secondo periodo della sua vita si era concentrato sul lavoro con i giovani. Aveva coinvolto anche la famiglia e il suo studio era un punto di ritrovo essenziale, per essere testati e ambire ad entrare nella sfera dei Bigazzi. Quando mancò ebbi modo di conoscere personalmente Gianna, che con la sua classe e il suo dolore, mi raccontava solo di lui. Ne uscì un articolo per Festivalnews, che all’epoca era ancora solo in edizione cartacea. Scrissi anche io, dismettendo la maschera dei complimenti e riscaldando il cuore.

Recentemente il nome di Bigazzi era tornato in televisione durante una serata celebrata in suo onore per volere di Marcella Bella. Ne avevo scritto un breve articolo per Faremusica e Dintorni. E ho capito che nel tempo qualcosa si è mosso. Vent’anni fa ambivo ad allestire una mostra con tutti gli addetti ai lavori, i direttori di orchestra, gli autori e arrangiatori delle canzoni. Perchè chi fa veramente le canzoni non è riconosciuto come lo sono i cantanti. E spesso a questi ultimi vengono attribuiti onori e meriti che non hanno. Nel meccanismo dello spettacolo è normale che sia così: c’è chi ci mette la faccia, l’interpretazione, la comunicazione. E c’è chi ha dentro quella genialità senza il quale tutto il resto perderebbe di senso. Quella mostra non l’ho mai potuta fare, né per redistribuire meriti tra esseri viventi, nè per diffondere la cultura dei diversi mestieri e della macchina che si muove intorno al progetto canzone: non siamo pronti a celebrare i grandi, se se ne stanno dietro le quinte. Incredibile, vero? Il nome di Bigazzi per fortuna è scivolato via come un pesce da questa logica E’ riuscito oltre che a fare successi e a inciderli nella grande mente intergenerazionale, a dare un’impronta culturale identitaria. C’è molto di Italia, sui muri scalfiti di canzoni e grafiti, entrate nel nostro patrimonio culturale. Non ho fatto la mostra, ma adesso fiumi di libri si scrivono sulla canzone. E si parla anche di cominciare a insegnarla nelle scuole. Bigazzi sarebbe stato un illustre docente. Uomo di cultura indiscusso. Perché é questo che si è quando si diventa eccellenza in fronte alla collettività.