Quindici giorni mondiali per celebrare la vita terrena di Aretha, e ora Festivalnews saluta la regina con un suo particolare ricordo.

Il primo aprile del 2017 il nostro collaboratore Marco Volpato si trovava in America, a vedere uno degli ultimi concerti della strepitosa stella del firmamento, Aretha Franklin. Poco prima, il 9 febbraio lei aveva annunciato l’addio alle scene. Il ricordo di quella sua prima volta e ultima di lei, spezza il nostro silenzio, in rispetto delle celebrazioni molto raccontate dai media e dopo quindici giorni di lacrime e musica finite questa sera, 31 agosto con la chiusura della  bara dorata che porta via per sempre l’artista più rimpianta del pianeta, ricordiamo, nata nel 1942 e morta il 16 agosto di cancro.

di Marco Volpato

Eravamo in tanti. Il concerto era poco dopo il suo compleanno del 25 marzo (lei era superdotata come Mina, infatti Aretha lo sapeva, e tempo fa aveva detto “io e Mina celebriamo l’amore per la musica nel giorno del nostro compleanno”). Infatti come pubblico le abbiamo cantato Happy Birthday. All’ingresso mi ero divertito a fare qualche video, perchè l’atmosfera era coinvolgente e frizzante. Non mi sembrava vero di essere lì, con i miei pochi anni e tanto amore per la musica che ha fatto storia. Poco prima lei aveva preannunciato che erano gli ultimi concerti e che poi si sarebbe ritirata. Dopo di quello ne avrà fatti ancora due o tre.

Provate a pensare all’emozione di un ragazzo, nato forse non propriamente nella sua giusta epoca e che ama quelle poche voci che si innalzano oltre al semplice cantare. Immaginate l’emozione di un viaggio a New York e di un aereo pazzamente preso con pochi soldi in tasca per andare a Chicago per vivere uno degli ultimi concerti di una di quelle poche voci: quella di Aretha Franklin. Poche settimane prima la regina del soul aveva annunciato che si sarebbe ritirata a vita privata e il clima che si respirava era fortissimamente intenso. Era impossibile contenere l’euforia delle persone che riempivano la strada fuori dal teatro. Un fiume di persone che abbracciava tutto il mondo, giovani e meno giovani, bianchi e neri, persone venute solo per lei da ogni parte del mondo. Un “popolo” diversissimo con un denominatore comune: la voce e il soul di Aretha Franklin. E le immancabili “big mama” che cominciavano a intonare le canzoni più famose, ed ecco che si creava un sentimento di appartenenza che unisce veramente tutti e che forse solo un certo tipo di musica riesce così fortemente. Sono tutti lì per Aretha.

L’attesa rende il pubblico ancora più euforico, che si mette a cantare e applaudire insieme. Una voglia collettiva di vivere tutti insieme quel momento che non ho mai percepito ad alcun altro concerto.



Entra da regina, e non ce n’è più per nessuno
. E’ difficile credere a quello che si assiste; agli occhi di un giovane di vent’anni sembra inverosimile essere presente a una voce che per anni hai ascoltato solo da un oggetto e che invece ora si fa vera. E’ lì davanti a te e la puoi ascoltare in tutta la sua potenza, nei suoi veri pianissimo e nei suoi veri fortissimo, dosato tutto dalla sua intrinseca tecnica e non da un macchinario. Assisti alla vita vera, alle improvvisazioni, ad una voce che può tutto. Il pubblico è affascinato, incredulo, come lo ero io. E un sorriso sornione mi spunta naturale: come è possibile che alcune persone ascoltino certe “vociacce”? Nel caso di Aretha Franklin, non è possibile parlare di interpretazione, o almeno non volontaria. Ogni parola che canta, ogni nota che intona è filtrata dalla sua esperienza, dal suo sapere, dalla sensibilità e intelligenza che ha dimostrato non solo con le sue canzoni, ma anche con le battaglie che ha sempre combattuto. Ed è con questa naturalezza che inizia a cantare “Rolling in the deep” di Adele, facendola a suo modo e rendendola sua. Il paragone non è nemmeno pensabile, ma l’espressione di noi ascoltatori diceva tutto. Ciò che più mi ha piacevolmente impressionato è stata la sua capacità di essere ben oltre il tempo metrico, lo cavalcava a suo piacimento andando più veloce o rallentando e ritrovandosi poi perfettamente in linea con la musica. E rendere tutto questo come se fosse stato scritto in quel modo, rendendocelo semplicissimo, quando invece significa avere un senso musicale particolarissimo, se non, nel caso di Aretha, esserlo. Ed è in questo modo che canta uno dei suoi più grandi successi “Natural Woman” scritto originariamente da Carole King.


Il pubblico è in delirio ed è inconcepibile credere che una canzone, diventata famosa a tal punto da entrare a far parte del nostro dna musicale, la si possa ascoltare nel modo più reale possibile, in quel momento, dalla voce che le ha dato vita. E’ un’esperienza quasi difficoltosa da vivere. Penso che capiti, quando si ascolta una cantante non più giovanissima, di stare in una situazione di “allerta”, paura di uno sbaglio, o che succeda qualcosa per la quale non vada come si sperava. Ebbene tutte queste sensazioni spariscono alla prima nota.
E man mano che il concerto prende forma ti cominci a domandare cos’altro possa fare. E’ un continuo rimanere a bocca aperta. Uno sconvolgimento dietro l’altro. Fortissime emozioni sprigionate da quella inconfondibile voce. E la sensazione di sconvolgimento ti rimane sempre; a distanza di un anno, mi capita di pensare a quella sera magica. E di nuovo mille domande non trovano risposta se non nel perché della sua voce. Per cantare in quel modo è necessario che la persona non sia una persona qualunque, e non parlo certo di tecnica o capacità vocale, quelle oramai sono molto più che assodate. Parlo di un filtro che è raro trovare, di una voce che quando canta racconta le sue sofferenze, spiega le sue battaglie, giustifica le sue scelte e rende omaggio alla sua intelligenza.
Quando mi è stato chiesto di scrivere di quel concerto non ero sicuro di volerlo fare, perché non sapevo se fossi stato in grado di trasformare in parole le emozioni vissute; e ora che l’ho scritto ne sono convinto. Per scrivere di quel momento è necessario una poesia, di altrettanta bellezza, e per comprenderlo bisogna averlo vissuto.